Il problema che risolve
Il sapere di un team di marketing è sparso: report in cartelle condivise, presentazioni nelle email, analisi in strumenti diversi, decisioni nella testa di chi c’era. Quando una persona cambia ruolo, o un cliente torna dopo un anno, si riparte da capo. Una knowledge base serve a non perdere quello che si è già pagato per sapere.
Cosa ci va dentro
- Ricerche — di mercato, sui consumatori, sui concorrenti, interne o acquistate.
- Analisi — SWOT, posizionamento, journey, scenari.
- Dati — vendite, panel, CRM, performance delle campagne.
- Materiali — brief, presentazioni, linee guida di brand.
- Decisioni — cosa si è deciso, perché, su quali evidenze, cosa si è scartato.
Come costruirla perché resti utile
1. Una per cliente, o per brand
Le informazioni di clienti diversi devono restare separate. Quando serve guardarle insieme, ogni informazione deve dire da dove viene.
2. Ogni documento con fonte, data e natura
Un dato di panel, un’analisi interna, un’opinione raccolta sui social non valgono allo stesso modo. Segnare la natura e la data di ogni materiale permette di pesarli.
3. Aggiornata senza sforzo
Se aggiornarla richiede un lavoro a parte, nessuno lo fa. Il materiale deve entrare mentre si lavora: salvare un’analisi deve bastare.
4. Le decisioni, non solo i documenti
Tra sei mesi la domanda più preziosa sarà «perché avevamo deciso così?». Registrare le decisioni con il loro perché è la parte più spesso dimenticata.
5. Interrogabile a parole
Con la ricerca per significato (gli embedding) e un RAG, la knowledge base risponde a domande: non serve ricordare dove sta un file.
